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LA FEROCIA di Nicola Lagioia

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CHICAGO di Ala al Aswani

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PATRIMONIO, UNA STORIA VERA di PHILIP ROTH

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RESTA DOVE SEI E POI VAI di John Boyne

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LEZIONE DI TEDESCO di Siegfried Lenz

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È il 1953 e nell’aula del riformatorio situato alle foci dell’Elba, non lontano dal confine tra Germania e Danimarca, è entrato oggi un individuo smilzo, profumato di brillantina. Si chiama Korbjuhn, dottor Korbjuhn, ed è entrato con l’aria che i ragazzi rinchiusi nel riformatorio chiamano korbjunesca, cioè sprezzante e timorosa insieme. Il dottor Korbjuhn si è fatto augurare il “buon giorno signore” e, senza preavviso, senza avvertimento, ha distribuito i quaderni dei temi. Non ha detto nulla. Semplicemente, quasi godendo della cosa, è andato alla lavagna, ha preso il gesso, ha alzato una mano insignificante e, mentre la manica gli scivolava fino al gomito scoprendo un braccio secco, giallognolo, vecchio almeno di cent’anni, ha scritto sulla lavagna il tema con la sua scrittura prona, obliqua, l’obliquità dell’ipocrisia. Era intitolato: “Le gioie del dovere”. Ora, nel chiuso della sua cella, il giovane Siggi Jepsen sta meditando davanti al suo quaderno dei temi con l’etichetta grigia. Siggi si trova alle foci dell’Elba, perché, nel lontano 1943, avrebbe raccolto in un vecchio mulino una serie di quadri rubati. In realtà, Siggi ha semplicemente nascosto le opere di un pittore amico, Max Ludwig Nansen, un artista espressionista, sulle quali pendeva la minaccia nazista di essere “verboten und verbrannt”, proibite e bruciate. Come cominciare quel compito sulle “gioie del dovere”? Da suo padre, poliziotto obbediente agli ordini, a qualunque ordine, nella Germania di Hitler?

CAIRO AUTOMOBILE CLUB di Alan al Aswan

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Mia moglie aveva capito il mio bisogno di solitudine. Perché potesse spostarsi con i bambini le ho lasciato la macchina grande e l’autista, mentre io, invece, mi sono messo al volante di quella piccola e ho raggiunto la villetta che abbiamo sulla costa, su a nord. Tre ore da solo con i miei pensieri e la voce di Umm Kulthum diffusa dall’autoradio. Prima della porta sotto cui si passa per entrare in paese, un uomo della sicurezza mi ha controllato con cura i documenti perché d’inverno l’amministrazione comunale intensifica la vigilanza per evitare che si verifichino dei furti, Una sferzata d’aria di mare, fredda e corroborante. II paese, completamente deserto, pareva quasi una città incantata, abbandonata da tutti. Villette chiuse e, non fosse per i pali della luce, strade sgombre. Ho attraversato la piazza principale e stavo imboccando la via che porta verso casa quando, tutto d’un tratto, e spuntata una macchina giapponese, di un modello piuttosto recente. Alia guida, un uomo sulla cinquantina, al suo fianco una bella donna sui quaranta. Li ho guardati bene mentre ci incrociavamo. Due amanti venuti in paese per non farsi vedere, sicuro come l’oro. Una serenità del genere, le guance arrossate e un silenzio cosi carico d’amore sono cose che in una coppia sposata si vedono di rado.

 

Povera gente di Foedor Dostoevsky

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“Varvara Alekséevna mia impareggiabile!

Ieri sono stato felice, felicissimo, arcifelice! Una volta almeno, caparbietta che siete, mi avete dato retta. Verso le otto di sera, mi sveglio (voi già sapete, cara, che dopo l’ufficio mi piace schiacciare un sonnellino), prendo la bugia, preparo i miei fogliacci, tempero la penna, e così a caso alzo gli occhi… parola d’onore, il cuore mi dà un tuffo! Come avevate imbroccato il mio desiderio, il desiderio di questo mio cuoricino! Vedo alla vostra finestra una cocca della tendina ripiegata e appuntata al vaso di gelsomini, proprio come io una certa volta vi accennai; e mi sembrò anche, così tra luce e ombra, di veder balenare il vostro visino, e che voi guardaste dalla mia parte, e che pensaste a me. E che dispetto, che quel visino aggraziato non mi riuscisse di distinguerlo a dovere! Una volta, ve lo garantisco io, mia buona amica, non mi faceva difetto la vista. Brutta bestia la vecchiaia! Adesso, vedo tutto in nebbia. Basta un po’ lavorare di sera, scribacchiare due righe, ed eccoti la mattina con gli occhi rossi e lacrimosi, che è una vergogna mostrarti alla gente. Eppure, se sapeste come nella fantasia mi brillava il vostro bel visino, angioletta mia, il vostro sorriso così buono e dolce; e io mi sentivo dentro un non so che, come quella volta… vi ricordate, Vàren’ka?… quella volta che vi baciai. Mi sembrò allora che un vostro ditino mi minacciasse… Non è così, birichina?… Non vi scordate, badiamo, di descrivere tutto questo nella vostra lettera.”

 

Le avventure di Nicola Nickleby di Charles Dickens

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Abitava una volta, in un luogo appartato del Devonshire, certo Goffredo Nickleby, un onesto uomo, che, in età piuttosto avanzata, messosi in capo di ammogliarsi, e non essendo abbastanza giovane o abbastanza ricco da aspirare alla mano di una ereditiera, aveva per pura affezione sposato una vecchia fiamma, la quale a sua volta se l’era preso per la stessa ragione. Così due persone, che non possono permettersi di giocare a carte per denaro, si seggono tranquillamente a tavolino, e giocano una partita per mero piacere.

I malevoli, che sogghignano sulla vita matrimoniale possono, forse, osservare a questo punto che sarebbe stato meglio paragonare quella brava coppia a due campioni in una gara di pugilato, i quali, quando la fortuna non è molto propizia e i loro sostenitori sono scarsi, si mettono cavallerescamente ad assaltarsi per il semplice gusto di darsi degli scapaccioni; e per qualche rispetto il paragone veramente reggerebbe, poiché come quell’avventuroso paio di volgari pugilatori dopo manderà un cappello in giro, fidando nel buon cuore degli astanti per procacciarsi i mezzi per far baldoria, così il signor Goffredo Nickleby e la sua compagna, tramontata appena la luna di miele, si misero a guardare avidamente intorno, fidando non poco in una buona occasione per il

miglioramento delle loro condizioni. La rendita del signor Nickleby, nel periodo del suo matrimonio, oscillava fra le sessanta e le settanta sterline all’anno.

 

Gli assassinii della Rue Morgue di E A Poe

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“Le facoltà mentali che si sogliono chiamare analitiche sono, di per se stesse, poco suscettibili di analisi. Le conosciamo soltanto negli effetti. Fra l’altro, sappiamo che, per chi le possiede al piú alto grado, sono sorgente del piú vivo godimento. Come l’uomo forte gode della sua potenza fisica e si compiace degli esercizi che mettono in azione i suoi muscoli, cosí l’analista si gloria di quella attività spirituale che serve a «risolvere». E trova piacere anche nelle occupazioni piú comuni purché diano gioco al suo talento. Cosí gli piacciono gli enigmi, i rebus, i geroglifici; e nelle soluzioni dimostra un acume che al discernimento volgare appare soprannaturale. E i risultati, abilmente dedotti dalla stessa essenza e anima del suo metodo, hanno veramente tutta l’aria dell’intuito. La facoltà di risolvere è probabilmente molto rinforzata dallo studio delle matematiche e in modo particolare dell’altissimo ramo di questa scienza che – impropriamente e solo in ragione delle sue operazioni in senso retrogrado – è stata chiamata analisi, come se fosse proprio l’analisi per eccellenza. Tuttavia il calcolo non è in se stesso un’analisi. Un giocatore di scacchi, per esempio, fa l’uno senza perdersi con l’altra. Ne viene di conseguenza che, riguardo ai suoi effetti sul carattere mentale, il gioco degli scacchi è di solito sopravvalutato, e di molto.”

Il dossier Rachel di Mori Amis

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IL CARDELLINO di Donna Tartt

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